dedicato a

Un’idea realizzata da Kreig nella sua casa in Croazia che dedico a:

Hola Bonita (perché chi lo conosce, lo può riconoscere)
a dadevoti e dania in vista della loro prossima spedizione all’Ikea in cerca di lampade
e a chiccama che doveva appunto disegnarne una

Firmino di Sam Savage

Mi sono segnata due appunti - giusto due - mentre leggevo la storia di Firmino, il topo nato tra i libri, personificazione di tutti noi, appassionati e instancabili divoratori di letteratura, e sono due numeri: 71 e 161.
Ho letto Firmino in Croazia, ad agosto mentre arrostivo al sole, e ogni scena  si materializzava innanzi a me con nitore, come se la stessi vivendo, lì, tra il tavolo in legno e le pietre d’Istria del muro della terrazza .
A pagina 71, le immagini che scorrevano via rapide e nitide, si sono fermate. Come quando una pellicola si spezza e lo schermo torna bianco. E ho provato un’emozione strana, un sorriso intimo, profondo, capace di interrompere ogni visione.
E’ il punto in cui, nelle giornate di pioggia, accadeva che si iniziassero i discorsi sulla distruzione dell’intero quartiere, raso al suolo perché malsano e infestato dai topi ! ,  il che sarebbe significato anche la scomparsa della libreria. Della libreria di Firmino. Della sua casa. E Norman, il proprietario della libreria, in quei casi, si allontanava e iniziava a spolverare di qua e di là, mentre Firmino, no, Firmino si dedicava a scrivere. E prima si stendeva:

“Me ne stavo supino a letto, a lavorare alla mia poesia Ode alla notte. Iniziava così: Salve, tenebre.”

Un sorriso intimo dicevo, capace di sospendere l’aderenza alla pesantezza dei vissuti perché ti dischiude il luogo in cui a parlare è solo l’immaginario. Un topo che scrive poesie. Un titolo e un verso che messi lì, così, ti fanno sorridere. Evocano la leggerezza, l’uscire dalla dimensione del quotidiano, della realtà inevitabile, del peso dei dati di fatto. Non c’è nessuna immagine che si associa a quel titolo e a quel verso, inseriti in quel contesto, ma c’è la forza dell’immaginario che irrompe nella prosaicità della durezza della vita e ti fa volare altrove. E’ un appunto che ho fatto mio, al di là del testo di Savage.

A pagina 161, Firmino torna… supino:

“Durante il giorno, cominciai a trascorrere la maggior parte del tempo disteso supino con tutti e quattro i piedi in aria, a sognare e ricordare, oppure a suonare il pianoforte sognando e ricordando. Notavo che i miei sogni stavano cambiando. Stavano diventando dolci, nostalgici, con una sorta di chiarore crepuscolare, indistinto, lungo i margini; né vivevo più molte avventure emozionanti. Sentivo una terribile nostalgia del passato, persino dei momenti più brutti. Non dimentico mai niente di quel che accade  e quasi niente di quel che leggo. Così a quel punto avevo immagazzinato una quantità spaventosa di ricordi. Il mio cervello era come un gigantesco deposito [...] e avevo cominciato a mescolare i ricordi con i sogni. [...] La mia mente divenne un labirinto, ora accattivante ora spaventoso a seconda del mio stato d’animo. Non avevo più certezze, e la cosa più strana era che non mi importava”

Torno spesso su questa pagina perché la trovo sorprendente. Riesce a rendere l’idea di come il sentimento della nostalgia - così forte e potente - possa divenire un tutt’uno con gli abissi spalancati dai sogni e creare quindi una nuova dimensione emotiva intensa in cui la mescolanza del ricordo e del sogno, del reale e dell’immaginato, delle tracce mnestiche e oniriche, rompono ogni confine netto: non c’è più alcuna certezza. Eppure non c’è nemmeno disorientamento: Firmino è in un labirinto, ma non è preso da scoramento, anzi nulla più gli importa.

Tutto questo per dire che Firmino è una lettura che consiglio. Senza ombra di dubbio. Perché - al di là della metafora del topo di biblioteca e dei poteri della phantasìa - è capace di raccontare le sfumature di mondi emotivi complessi.

se ne è parlato in rete qui:

giulia mozzato su ibs
scrivoeleggo
qui
massimo ghelfi
wikipedia
qui
la scheda di einaudi
lankelot
baxart
my ownletti da rifare
wikio

finestre dell’anima

da un’idea di chiccama.

Cinque giorni di immagini girando per la Croazia.

clicca sull’immagine

pubblicato anche qui

firmino, follia e gomorra

Parto per sei giorni, non di più eh, in direzione Croazia. E porto con me finalmente i libri che ho fermi da un pezzo. Firmino di Sam Savage e Gomorra di Saviano perché - orrore!!!- non li ho ancora letti. Eppoi Follia di Patrick McGrath che non vedo l’ora di iniziare. Che si può desiderare di più dalla vita? Relax, ombrellone e buone letture…
Se qualcuno passa di qui un link ve lo lascio. E’ una telenovela girata a Londra da un gruppo di amici per restare in contatto con altri amici che possono “vedersi” via video. E uno degli amici è anche mia amica ;-)

Hola Bonita è il titolo degli episodi. Alcuni davvero esilaranti :-)

Facebook - cosa non mi piace

Dati alla mano Facebook sbaraglia. Copio da vincos le sue conclusioni sul perché del successo, tra i Social Network, di Facebook:

“Io ritengo che il management di Facebook stia riuscendo meglio degli altri a capire le esigenze degli utenti, offrendo loro un luogo da abitare ed arredare come meglio credono, sempre più confortevole (dall’aspetto grafico alla possibilità di controllo dei servizi), rispettoso dei bisogni degli utenti evoluti (ad es. l’introduzione delle funzioni tipiche di Friendfeed), ma senza perdere di vista l’usabilità, un ambiente nè troppo verticale, tematico, nè squisitamente generazionale”

Questi dati mi hanno fatto pensare ad un post che ho letto di recente da  Floria sul contenuto della comunicazione e che simpaticamente argomentava sulla diminuzione degli accessi al suo blog e concludeva:

“Per questo, comunque vadano gli accessi, sebbene il nostro feed possa vantare pochi iscritti e la posizione in classifica precipiti, mai dimenticare che la comunicazione ha bisogno di essere sì interessante/divertente/intelligente etc etc ma anche, perché non dirlo? responsabile”

E’ chiaro allora che con 140 caratteri su Twitter non posso dire granché, che su FriendFeed (che peraltro  adoro!) siamo ancora in fase di sperimentazione (cosa piace? cosa non piace? commentiamo qui o sui blog?), che alla fin fine sono le persone che fanno i social network e non viceversa…

Quindi, conclusione del tutto provvisoria: se tutti stanno migrando verso Facebook, vuol dire che parte delle conversazioni e degli scambi avvengono là e che se vuoi dare visibilità alle tue conversazioni, forse è bene esserci.

Questo non toglie che Facebook è, a livello puramente istintivo, in parte respingente. Forse perché ci si sente come in una piazza eccessivamente esposta, perché si ricevono richieste di iscrizioni a gruppi che poi sono gruppi fantasma in cui nulla accade, o forse molto più semplicemente perché non si è ancora creata (o io non ho ancora trovato) una Community che dialoga, come dice Floria, in modo interessante/divertente/intelligente etc. etc. etc.

Insomma che ci facciamo su Facebook? Diamo visibilità alle vere conversazioni che avvengono ancora una volta altrove - nei blog, nei forum-?

blues della fine del mondo

Mi chiedo perché Internet faccia ancora paura. Possono esserci interessi e logiche di mercato, possono esserci pregiudizi resistenti.

Ma credo ci sia anche qualcosa di più profondo che ha a che fare con la mancanza di una storia, e più precisamente la mancanza di una fine della storia. Se si può individuare un punto di inizio della rete, è davvero infondato dire come e dove la rete stessa finirà. Se posso guardare alla rete dal mio nodo (il mio blog, il mio twitter, il mio forum…) non posso in alcun modo vederne la fine.

Internet è la narrazione senza fine. Una narrazione quindi che spaventa di più perché non ci consente di narrare, di ricostruirne la trama, di circoscriverla. La rete in questo senso è un luogo in cui si rende vano uno dei più resistenti filoni dell’immaginario: il pensiero apocalittico.

Ho provato a leggere Blues della fine del mondo di Ian McEwan, pensando al nostro abitare la rete:

Com’è possibile - si chiede lo scrittore - che persistano ancor oggi credenze millenaristiche, fanatismi religiosi, sette e ideologie che postulano l’esistenza di un futuro prevedibile e che arrivino a fissare una data in cui l’umanità intera sparirà?

Da dove traggono linfa vitale le leggende sul nostro decesso collettivo?:

Nel corso della storia l’umanità si è lasciata incantare da racconti che predicono la data e il modo della distruzione totale, sovente irrobustiti dal concetto di castigo divino e redenzione in extremis; l’estinzione della vita sul pianeta, gli ultimi giorni, il tempo della fine, l’apocalisse (p. 6)

Perché resistono? Perché sono teorie nate dal fatto che è inconoscibile il come e il momento in cui la civiltà intera scomparirà. Questo vuoto conoscitivo, la mancanza di certezze evidenti, ha generato appunto quei racconti. D’altra parte, la narrazione, il racconto che prevede un “inizio” e una “fine”, è una struttura connaturata al dare significato alla nostra esistenza:

la gente ha fame di questi annunci, il che ci rivela forse un aspetto della nostra natura, qualcosa che ha a che fare con la nozione profonda di tempo e con il nostro peso irrisorio nella sconfinata vastità dell’eterno, o dell’età dell’universo: in rapporto alla scala umana fa poca differenza dopo tutto. Abbiamo bisogno di un intreccio, di un racconto che argini la nostra irrilevanza nel fluire delle cose (p. 22)

Seconda questione: come uscirne? La risposta di McEwan è: attraverso la curiosità, soprattutto la curiosità scientifica che ci dà una “conoscenza genuina e verificabile del mondo” (p. 41)

Se la narrazione, la costruzione di una trama, la definizione di una fine sono processi essenziali al nostro pensarci nel mondo, è chiaro che abitare la rete - che si autogenera all’infinito - presuppone un salto in una dimensione esistenziale complessa. Un salto che non tutti sono disposti a fare barattando le sicurezze guadagnate con i rischi connessi alla curiosità, alla perdita del controllo e del centro, all’accettazione della nostra irrilevanza.

Riferimenti bibliografici
Ian McEwan, Blues della fine del mondo, Einaudi, Torino 2008; titolo originale End of the World Blues
Norman Cohn, I fanatici dell’apocalisse, Ed. di Comunità, Milano 1965
Frank Kermode, Il senso della fine: studi sulla teoria del romanzo, Sansoni, Milano 2004

pubblicato anche qui

incubo


al tuo sogno

sgomento

mi afferri

e l’abisso dischiudi


è la superficie

piatta

del lago

è la Luna

nel fondo

è il mio

volto visto

tra le acque

del caos


Al tuo sogno

di paura

mi afferri

un rumore

d’ombra

spalanca

la porta

arranchiamo

tra simulacri

di follia

mascherata


nere onde

ci sommergono


finché

stremati

abbassiamo

gli sguardi


e dileguano

del mare

tumultuoso

i riflessi


urla di terrore

nei tuoi occhi


irrequieti

giganti

nei miei


[ il verso il volto visto/ tra le acque del caos è copiato da Ferdinando Pessoa, L'ora del diavolo, Bur 2007 ]

figlia


Assorta.


Strappi

il silenzio


il mio

sangue

respiri


io abito in rete, e tu?

Sei anche tu un abitante della rete
Rilancio la mappa di Cittadinanza digitale iniziata a Dobbiaco (Bz) dal gruppo coordinato da Luisanna Fiorini.
Aiutaci aggiungendo le tue idee e facendo girare questa prima versione di Io abito in rete, e tu?

 

[ I dettagli su Ibridamenti ]

sos nuovo blog

Accetto consigli in fase di passaggio dal mio blogghino su Splinder a questo nuovo blog. L’immagine della testata è di matisse e la adoro !
Per il resto sono un pò frastornata, come in tutte le fasi di cambiamento…